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Il tuo sito web è fatto per te o per i tuoi clienti? Cinque aspetti da correggere per ottenere più contatti e più vendite

Quest’anno abbiamo analizzato decine di siti web di aziende strutturate. Il problema più comune non è tecnico e non è grafico: è di prospettiva. La maggior parte dei siti aziendali è costruita attorno a ciò che l’azienda vuole dire, non attorno a ciò che il cliente vuole trovare.

È comprensibile. Chi conosce meglio il prodotto è chi lo produce, e quindi è naturale che il sito rifletta quella conoscenza. Ma il cliente che atterra su una pagina non è lì per studiare il prodotto; è lì per capire se quel prodotto risolve il suo problema.

Questa differenza, apparentemente sottile, si traduce in contatti persi, carrelli abbandonati e traffico che non si converte.

Ci sono cinque aspetti su cui intervenire. Nessuno richiede di rifare il sito da zero. Alcuni si correggono in settimane.

1. Conoscere davvero i propri clienti online

Gli imprenditori che incontro conoscono bene i propri clienti: motivazioni di acquisto, obiezioni ricorrenti, criteri di scelta. Quello che spesso manca è la conoscenza del cliente nel momento in cui naviga online, che è un contesto diverso da una trattativa commerciale o da una fiera di settore.

Online il cliente è autonomo, spesso anonimo, e si muove velocemente. Bisogna capire cosa cerca prima di arrivare al tuo sito, cosa cerca dentro il sito, e dove si ferma o abbandona.

Gli strumenti per farlo ci sono già:

  • Google Search Console mostra le query esatte con cui gli utenti hanno trovato le tue pagine
  • La funzione di ricerca interna del sito, se attiva e monitorata in Analytics, rivela cosa cercano una volta dentro
  • I dati di traffico per pagina mostrano quali contenuti interessano davvero e quali vengono ignorati

Spesso scopriamo che le pagine più visitate non sono quelle che l’azienda mette in evidenza in homepage. Questo è già un’indicazione su cosa correggere.

2. Una struttura di navigazione che segue il percorso decisionale del cliente

La navigazione di un sito dovrebbe rispecchiare le domande che il cliente si fa nel percorso verso l’acquisto, non l’organigramma dell’azienda o la struttura del catalogo prodotti.

Un menu ben costruito anticipa i dubbi, non elenca le categorie.

Questo vale anche per il design. Spesso si tende a considerare l’estetica come un elemento separato dalla funzione, ma un sito difficile da leggere o da navigare non converte, indipendentemente dalla qualità del prodotto. La tipografia, i ritmi visivi, la gerarchia degli elementi: questi non sono dettagli estetici, sono strumenti che guidano l’attenzione del visitatore verso l’azione che vuoi che compia.

Steve Jobs diceva che il design serve a risolvere problemi. È la sintesi più precisa che conosca.

3. Contenuti che parlano di risultati, non di caratteristiche

Questo è probabilmente il punto su cui la maggior parte dei siti aziendali è più indietro.

Il cliente non acquista caratteristiche tecniche: acquista il risultato che quelle caratteristiche gli permettono di ottenere. Le specifiche tecniche hanno il loro posto, ma come approfondimento, non come argomento principale.

Un testo efficace su una pagina prodotto o servizio risponde a tre domande, nell’ordine in cui il cliente se le pone:

  1. Questo risolve il mio problema?
  2. Perché dovrei scegliere voi rispetto ad altri?
  3. Cosa succede concretamente dopo che compro?

Se le pagine del tuo sito non rispondono a queste domande in modo esplicito, il lavoro da fare è lì.

4. Chiamate all’azione chiare e visibili

Un sito senza chiamate all’azione chiare è un sito che non lavora per te. Eppure questo è uno degli errori più frequenti che riscontriamo, anche su siti graficamente curati.

Per chiamata all’azione non intendo un pulsante “Contattaci” nascosto nel footer. Intendo un elemento visivo evidente, posizionato nei punti giusti della pagina, con un testo che dice al visitatore cosa ottiene se clicca, non solo cosa deve fare.

Un sito aziendale può puntare a due tipi di conversione: il contatto commerciale (richiesta di preventivo, prenotazione di una chiamata, download di un documento) o la vendita diretta tramite e-commerce. In entrambi i casi, il percorso verso la conversione deve essere privo di attrito e visivamente ovvio.

Se il tuo sito riceve già traffico e non genera contatti proporzionati, la prima cosa da controllare è dove e come sono posizionate le chiamate all’azione.

5. Osservare come le persone usano il sito

L’ultimo aspetto è quello che viene messo in pratica meno spesso, probabilmente perché richiede tempo. Vale però la pena investirlo.

Oltre ai dati aggregati di Analytics, è utile osservare il comportamento degli utenti a livello qualitativo. Lo strumento che consiglio a chi vuole iniziare senza costi è Microsoft Clarity: è gratuito, si installa in pochi minuti tramite Google Tag Manager, e registra le sessioni degli utenti, mostrando dove scorrono, dove cliccano e dove si bloccano.

Guardare anche solo venti o trenta sessioni di utenti reali sul proprio sito è un’esperienza che cambia le priorità di intervento. Si vedono cose che i dati aggregati non mostrano: il pulsante che nessuno trova, la pagina che genera confusione, la sezione che viene sistematicamente ignorata.

Strumenti complementari sono i sondaggi agli iscritti alla newsletter o i piccoli pop-up con due o tre domande sul sito. Non servono campioni statisticamente rilevanti: bastano risposte qualitative per capire dove il sito non sta rispondendo alle aspettative.

Il punto di partenza

Se vuoi capire dove il tuo sito sta perdendo opportunità, il modo più diretto è un’analisi strutturata dei dati che già hai: traffico, comportamento degli utenti, performance delle pagine chiave.

Non è necessario rifare tutto. Nella maggior parte dei casi, intervenire su due o tre elementi specifici produce risultati misurabili in poche settimane.

Se ha senso parlarne, il primo passo è una conversazione di 30 minuti sui tuoi obiettivi, senza impegno e senza presentazioni commerciali.